Allenare l'eccellenza: le qualità necessarie dei grandi allenatori


Al di là della tecnica c'è la mente... al di là della squadra e dell'atleta c'è l'allenatore...

Un grande PARADOSSO. Essere impegnato, senza sembrare troppo immerso, comportarsi in maniera equa anche laddove è complicato, mettere da parte il proprio ego per lasciare spazio a quello della squadra, rincorrere obiettivi di risultato, mantenendo una motivazione interna, ... solo alcune delle tante complessità.


Forse uno dei lavori più complicati, quello dell'allenatore è un ruolo determinante nello sport d'alto livello, in giovane età nella fase di "formazione" dello sportivo, ma non di meno nelle fasi di maturità dell'atleta.

In maniera conscia o inconscia l'atleta assorbe tutte le informazioni (implicite ed esplicite) date dalle direttive dell'allenatore e dello staff, ma anche tutti quei comportamenti, silenzi, attenzioni, modi di agire e di parlare di questi ultimo. Pertanto il coach è in parte responsabile della prestazione a lungo termine dei suoi atleti.

Tuttavia la "leadership" di un allenatore non è cosa semplice. Si ha a che fare con una moltitudine di realtà, di educazioni , di individui (e non solo di atleti, ma anche di collaboratori) che rende spesso questa professione... un vero rompicapo!

Proprio per tale ragione l'allenatore è "solo" il più delle volte, o perlomeno questa è la sensazione che può provare, in quanto egli non può parlare di certe cose con le persone che lo circondano, potendo causare delle interpretazioni negative e perdita di autorità ad esempio. Trovandosi in una posizione scomoda, la maggior parte degli allenatori non si confida, malgrado sia la "soluzione" meno proficua, rischiando di andare dritti nel muro. Non per niente, il 50% degli allenatori di sport d'élite si trovano una volta nella vita in situazione di Burn-out... come alcuni manager d'impresa... (dove fanno appello a un coach o un preparatore mentale per trovare delle soluzioni specifiche alla loro persona).


"Manager di persone"


Manager, ovvero, gestione, egli deve mantenere un equilibrio tra tutte le persone che gestisce. Talenti, di individui che ricercano la performance, la medaglia, il successo, la padronanza. Sportivi che hanno bisogni e valori, da saper gestire e mantenere giustamente motivati, ognuno a modo suo... come si suol dire in azienda "Ci sono tanti tipi di management quanti individui".

Quindi questa professione necessita non solamente delle competenze tecnico-tattiche, ma anche delle forze di leadership e mentali non da meno. Laddove con i più giovani, si necessitano maggiormente le prime, con le squadre e gli atleti di alto livello la gestione, la leadership e tutte le competenze legate all'intelligenza emotiva e quindi al rapporto di fiducia e la motivazione diventano la chiave di volta per i risultati a lungo termine.

In primo luogo la buona gestione di una squadra o di un atleta dipende dallo "stato interno" dell'allenatore, prima ancora del suo modo di lavorare, in quanto quest'ultimo sarà influenzato in gran parte dal primo (soprattutto sul lungo termine).


Quindi diversi fattori interni possono influenzare questa capacità dell'allenatore:

  • La sua sicurezza in sé stesso

  • La sua autostima

  • La sua resistenza allo stress

  • Ma anche dei fattori esterni:

  • le difficoltà e le richieste troppo elevate

  • la mancata stima da parte dei collaboratori

  • un'organizzazione troppo rigida

  • poca autonomia

  • la mancanza di sostegno professionale

  • il non raggiungimento degli obiettivi prefissati

  • l'assenza di gratificazione

  • un clima negativo nella squadra o nel lavoro

è importante pertanto aggiornare queste situazioni "implicite" per l'allenatore, facendo uno sforzo di riflessione e presa di coscienza.

Come ci spiega lo psicologo Hubert Ripoll nel suo famoso libro "Le mental des coachs: manager la réussite" (La mente degli allenatori: gestire il successo) in cui effettua una ricerca sui fattori che rendono un allenatore eccellente, questa umile capacità di mettersi in discussione e di grande motivazione al semplice miglioramento personale, accomuna i più grandi allenatori da lui intervistati (coach che hanno portato non uno, ma diversi atleti a vincere medaglie olimpiche).


E quindi, quali aspetti comuni caratterizzano questi grandi allenatori?

  1. Avere dei valori solidi ed etici, di prevalenza educativi = è necessario che l'allenatore si basi su principi stabili nel tempo (al contrario dei risultati)

  2. Hanno delle determinate personalità:

  • una buona rappresentazione di sé stessi

  • una buona autostima oggettiva (CHE E' MOLTO DIVERSA DALL'EGO)

  • una buona sicurezza in sé stessi

  • capacità di mettersi sempre in discussione

  • capacità di dar priorità alla MOTIVAZIONE INTRINSECA (ovvero quella più profonda, che spinge un individuo a dare il massimo, a migliorarsi per il semplice motivo di migliorare, e quindi di ANDARE A CERCARE L'INFORMAZIONE ALTROVE, MA SOPRATTUTTO INTEGRARLA, PER FARNE UN FORTE ALLEATO PER LA PROFESSIONE) e una minore MOTIVAZIONE ESTERNA (riconoscenza, medaglie, risultati, soldi, rinforzamento del suo ego).

  1. La motivazione interna ha permesso loro di mantenere un equilibrio durante la carriera, in quanto ha permesso loro di non influenzare negativamente la loro autostima e l'immagine di sé.

  2. Pertanto, un allenatore che è nutrito dall'ego e poca autostima ha tendenza ad interpretare i risultati (anche implicitamente):

  3. Attribuendo la sconfitta agli atleti, senza darsi molta colpa.

  4. Attribuendosi gran parte del successo dei suoi atleti.

  1. Al contrario un allenatore che ha una buona autostima:

  2. Assume la sconfitta, è capace di analizzare i suoi errori in modo oggettivo, assumendosi le sue responsabilità, in quanto non interpreterà il tutto in modo egocentrico e narcisista.

  3. In caso di vittoria l'allenatore dà la responsabilità del successo ai suoi atleti, quasi dissociandosi.

L'allenatore è quindi un fattore influente nella prestazione dell'atleta. Se l'allenatore è nutrito dalla soddisfazione dell'ego (per dei motivi personali, legati al suo passato/futuro) e quindi si attribuisce il successo della squadra o dell'atleta, "ucciderà" il campione, rischiando di modificare le stesse motivazioni di quest'ultimo, che lo spingerebbero sul lungo termine.
La settimana prossima la seconda parte di questo articolo !dott. Cristina Piccinpreparatrice mentale & coachwww.factorpmentalpreparation.com
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